mercoledì, luglio 01, 2009

MICHAEL JACKSON, I POMERIGGI ASDF-OLKJ E IAN MALCOLM.

La maggior parte dei visitatori di questo blog è sempre stata attirata qui da una trappola che però non è che l'ho costruita io, s'è creata da sola in qualche strano modo che io non capisco, e la trappola è questa immagine qui:

Non so perché ma è tra le prime che escono quando su Gugol immagini si cerca Michael Jackson (ehi, forse è perché è un'immagine di Michael Jackson!). E così ogni volta che Michael Jackson si metteva una nuova maschera, ogni volta che annunciava un nuovo tour, ogni volta che un nuovo pezzo del suo corpo cibernetico veniva alla luce, ecco il super boom di visitatori. Dal 26 giugno sono quasi duemila al giorno, e prima pensavo che questa sarà l'ultima visita dei visitatori che cercano Michael Jackson a questo sito e di salutarli con un bel moonwalk, anche se poi mi sono reso conto che continueranno ad esserci rivelazioni su Michael Jackson almeno per i prossimi cinquant'anni, quindi niente moonwalk per i prossimi cinquant'anni.

Pensando a tutta questa faccenda di Michael Jackson m'è venuto in mente pure l'altro super boom di visitatori, quello a questo video, in cui non si vede una lattina che si schiaccia da sola ma s'è veramente schiacciata da sola. A un certo punto è comparso un commento che diceva esattamente così:

┫━━ ┃ ━━┣┛  ┣┫ Copia questo se
┃ ━━━━━ ┃ ┏┳┫┣┳ ritieni che tale
┗━━┳━┳━━┛ ┃    ┃utente meriti di
━━━━┃ ┃   ┗━┳┳━┛andare a cagare

E da quel commento in poi quasi tutti i commenti sono stati identici, solo che a parte il fatto dell'andare a cagare non ho capito perché qualcuno dovrebbe copiare e incollare questo commento, a pensarci mi sono venute in mente le mattine passate nel laboratorio di informatica in prima e seconda superiore, che bisognava riempire lo schermo di asdf òlkj, uno continuando a riempire lo schermo di asdf òlkj avrebbe imparato a scrivere velocissimo e usando tutte le dita, si pensava, ma siccome per riempire un foglio di asdf òlkj bastava copiare e incollare le lettere senza bisogno di scriverle avevamo un sacco di tempo libero in quelle ore, e quel tempo libero lo passavamo in internet e anche se non c'era ancora youtube se ci fosse stato magari quello sarebbe stato il posto e il momento in cui avrei potuto copiare e incollare pure un commento così su youtube, in una di quelle due ore di totale noia e scambi di pugni forti ma silenziosi. Però non capisco cosa vogliono dire quei quadretti accanto alla scritta, forse quelli sono ancora più preoccupanti dell'andare a cagare, sembrano un codice alieno, un maledetto codice segreto di maledetti alieni che cercano di controllare il mio maledetto cervello, maledetti.

Insomma, tra Michael Jackson, l'andare a cagare, le lattine e gli alieni mi sto accorgendo che la mia vita virtuale, che fino a un po' di tempo fa mi sembrava ancora qualcosa di sensato, è controllata da eventi che io non posso assolutamente controllare.

Quindi che fare?

Boh. Penso che aspetterò la prossima invasione di visitatori casuali, che con le loro ondate di visite mi fanno venire in mente la teoria del caos, che mi fa venire in mente Ian Malcolm, il matematico superstar di Jurassic Park, che, ho scoperto, ha una teoria catastrofista anche su internet:

«...Io personalmente ritengo che il cyberspazio rappresenti la fine della nostra specie».

«E perché?».

«Perché implica la fine dell'innovazione. Quest'idea di un mondo interamente cablato significa morte di massa. Tutti i biologi sanno che piccoli gruppi in isolamento si evolvono rapidamente. Metti mille uccelli su un'isola in mezzo all'oceano e la loro evoluzione sarà rapida. Ne metti diecimila su un continente, e l'evoluzione rallenta. Ora, nella nostra specie l'evoluzione si verifica soprattutto attraverso il comportamento. Per adattarci noi lo mutiamo. E, come tutti sanno, l'innovazione si verifica solo in gruppi ristretti. Se hai una commissione formata da tre persone, forse qualcosa si riesce a fare. Con dieci, diventa più difficile. Con trenta, tutto si blocca. Con trenta milioni, diventa impossibile. Questo è l'effetto dei mass media: far sì che nulla succeda. I mass media soffocano la diversità. Rendono uguali tutti i posti, da Bangkok a Tokyo a Londra. C'è un McDonald's in un angolo, un Benetton in un altro, un Gap all'altro lato della strada. Le diversità regionali spariscono. Tutte le differenze si annullano. In un mondo dominato dai mass media, tutto viene a scarseggiare, tranne i dieci libri, i dieci dischi più venduti, i film più visti e le idee più correnti. La gente si preoccupa perché nella foresta pluviale la diversità delle specie è in diminuzione. Ma che dire della diversità intellettuale, che è la risorsa più necessaria? Quella sparisce ancora più in fretta degli alberi. Ma noi non l'abbiamo ancora capito, e così contiamo di unire cinque miliardi di persone nel cyberspazio. E questo congelerà tutta la specie. Tutto si bloccherà. Tutti penseranno le stesse cose nello stesso momento. L'uniformità globale.
..»


 
mercoledì, maggio 20, 2009

CAMBIO OPERATORE.

"Buongiorno, è lei il signor Sergio?"

"No"

"Vorrei parlare con il proprietario di questo telefono"

"Sono io ma non mi chiamo Sergio, mi chiamo Thomas"

"Ah, sì, Thomas Pololi, scusi avevo fatto confusione con gli indirizzi. La chiamo in merito alla sua richiesta per il cambio di operatore, le risulta?"

"Sì"

"Mi può dire il motivo di questa decisione?"

"Il mio ex ragazzo si chiamava Tim, non sopportavo di vedere il suo nome comparire ogni volta che accendevo il cellulare e così ho cambiato compagnia"

"..."

"..."

"Scusi mi può ripetere, forse ho capito male"

"Il mio ex ragazzo si chiamava Tim e non volevo più vedere il suo nome sul cellulare"

"..."

"..."

"Scusi se l'ho disturbata, arrivederci e grazie"

"Arrivederci"


 

Signori e Signore, anche quest'anno desidero rinnovare il consueto appuntamento con l'elezione ufficiale del Gelato dell'Anno, che non è detto che sia un vero e proprio gelato, e non è nemmeno detto che si trovi facilmente nei bar. Il vincitore di quest'anno, infatti, è un prodotto davvero atipico, che significa strano e inconsueto, cari Signori e Signore! Ecco a voi...

IL MARCIANO ALLA LUCUMA!

Il marciano alla lucuma è una specie di calippo, solo che invece della confezione del calippo c'è un sacchettino, una specie di sacchetto cuki ma lungo. In questo sacchettino viene versato un frullato di lucuma e latte e zucchero (ancora non è chiarissimo se per miscelare bene la lucuma e il latte sia necessario farli bollire per qualche minuto). Si chiude con un nodo, si mette in freezer e voilà, dopo un paio d'ore il marciano alla lucuma è pronto! Buonissimo, cremoso, economico! La lucuma si può trovare in qualsiasi supermercato peruviano, e così pure i rarissimi sacchettini per preparare il marciano: e se volete assaggiare un marciano prima di comprare tutto il kit, chiedete alla cassa; di solito chi ha i sacchettini vende anche il marciano già pronto! E costa solo un euro!


 
martedì, maggio 19, 2009

L'UOMO DEL LOTO.

Prima ero al mercato, al mercato cercavo dei lacci per le scarpe blu, ho scoperto che nei supermercati non li tengono più i lacci per le scarpe blu, hanno quelli neri e quelli marroni, i blu no. Alla fine del mercato c'era un banchetto con la faccia di un tizio e il nome "Luigi Ferrante". "Chi è questo qui?", ho chiesto ai due signori al banchetto. Loro hanno iniziato a fare un discorso che non ho capito bene, parlavano di valori, valori anche spirituali, Vita, Amore, Salute, cose del genere. "Parla anche tu di Lui", m'hanno detto, e così ora ne sto parlando. Anzi, faccio parlare direttamente Lui.

 


 
lunedì, maggio 11, 2009

L'hotel Principe di Savoia ieri sera l'ho guardato bene: scurissimo, le luci solo sull'ultimo piano e dietro l'insegna, a creare un'aura bianca. M'è venuta in mente una pubblicità che avevo visto qualche anno fa, la pubblicità di uno scooter di quelli grossi e neri che ora non riesco a trovarla, diceva qualcosa tipo "Cavalieri in città", e il tizio che guidava lo scooter sembrava una specie di supereroe-businessman. E' da un po' che ci penso, secondo me i businessman, quelli tra i trenta e i quarant'anni, quelli che lavorano per quelle società che ogni tanto vedi le targhe attaccate ai palazzi per strada, per le vie vuote, che nel nome hanno sempre la parola "Hedge", vogliono sentirsi Batman. Vogliono l'oscurità, il nero! Guardare da dietro le tende con le scarpe lucide.


 
martedì, aprile 28, 2009

Cammino per strada, ascolto De Andrè, non l'avevo mai ascoltato davvero De Andrè, a parte in qualche macchina di qualche amico, la canzone dell'ottico invece è davvero bella, soprattutto quella parte in cui la voce si sdoppia, poi si triplica, e le tre voci si riuniscono nella parola finale. Una delle parole finali è "notti", un'altra "rugiada", le altre non me le ricordo, comunque non è che la bellezza della canzone dipenda dalle parole finali. C'è un piccione vicino alla pizzeria dietro casa mia. E' incassato nella finestrella di un sottoscala, quando lo vedo penso E' morto. Piove. Invece non è morto. Lo stesso, piove. Non ho mai provato tenerezza per un piccione, ma questo qui davvero fa pena. E' gonfio, che ci fa lì a mezzanotte, quando tutti i piccioni sono tornati nel posto misterioso da cui vengono i piccioni? E' rimasto fuori dallo stargate. Penso Morirà, ma non lo tocco, ho paura ad aiutarlo. Entro nella pizzeria, prendo una bottiglia di Coca, solo due euro, una bottiglia da un litro e mezzo eh, mi viene in mente mio nonno, lui per me è la Coca Cola. Ora non può berla, l'hanno operato all'intestino e mangia solo prosciutto cotto e purè e minestrina, è in una clinica che lotta con le infermiere per farsi dare un arancio al posto di due mandarini ma quelle passano sempre da lui alla fine del giro e gli tocca prendere quello che è rimasto. Devo bere la Coca Cola al posto suo, no? Per forza. L'ultima volta che l'ho visto era magro, però vivo, vivissimo, aspettava il cibo con un'impazienza, appena finito il primo con gli occhi cercava il secondo, E' arrivato?, ha detto, No, gli ho risposto, Arriverà, ha detto lui, e m'è sembrato d'essere in un film di Yasujiro Ozu.

 


 
domenica, aprile 19, 2009

LA GRANDE ESTASI DI OUM KALTHOUM.

L'altro giorno ho sentito per la prima volta Oum Kalthoum, e dopo aver sentito per la prima volta Oum Kalthoum ho scaricato un po' di dischi suoi, che sono delle canzoni uniche che durano più o meno mezz'ora, e mentre ero per strada mi ascoltavo uno di questi dischi-canzone che si chiama Betfaker Fe Mein, che non ho idea di cosa voglia dire, e a un certo punto, dopo cinque dieci minuti di archi e chitarre arabe, ecco un applauso. Arriva lei, e dopo ancora mezzo minuto, la sua voce. Mi vengono le lacrime agli occhi, la musica s'è piegata, è diventata un foglio di carta, anzi, penso, è stata ondulata da un urto, come il palazzo di Matrix, non lo so. Però è una cosa che mi fa tremare il collo. Poi, la sera, l'ascolto di nuovo, ma non succede più, forse è colpa mia.


 
mercoledì, aprile 15, 2009

L'altro giorno ho incontrato un signore con un cappellino giallo. Era in bici, anch'io ero in bici, stavo cercando il Tagliamento, il fiume, e questo signore con il cappellino giallo aveva proprio l'aria di uno che va verso un fiume. L'ho raggiunto su una strada sterrata e gli ho chiesto come si faceva ad arrivare al Tagliamento, lui ha detto che il primo argine era proprio davanti ai nostri occhi, il secondo invece era più avanti, Tra il primo e il secondo argine ci sono delle coltivazioni, ha detto, Perché in questo punto il fiume è largo un chilometro ed è difficilissimo che l'acqua superi il primo argine. Insieme siamo arrivati al primo argine, davanti al fiume, torbido, ma di un torbido chiaro, quasi bianco. Hanno fatto un documentario qui, sulla gente che vive ai bordi del fiume, si chiama Rumore bianco, ha detto lui. Io mi sono ricordato del documentario e ho capito perché si chiama così. Poi il signore mi ha indicato la via per tornare indietro passando da un paesino dove Pasolini aveva girato alcune scene di Il vangelo secondo Matteo. Dopo un po' ci siamo salutati, ero contento di aver incontrato Cappellino Giallo, era da un po' che non incontravo cappellini gialli, era da un po' che non raggiungevo in bici sponde di fiumi bianchi.


 
giovedì, aprile 02, 2009

LA RIVISTA DI FUMETTI CHE MI SA CHE E' BELLA 

E' uscita da poco. Si chiama Puck. Io l'ho ordinata. Mi sa che è bella. Si ordina qui: http://hurricaneivan.blogspot.com/ o mandando una mail qui.


 

IL GIORNALISTA CHE NON SBAGLIA UN ARTICOLO.

Stasera uno dei fattorini peruviani del posto dove lavoro, un gran brutto ceffo di vent'anni che ascolta reggaeton, mi fa: "Lo sai che in Sardegna c'è un matto che ha occupato un'isola, ha fatto questa repubblica, si chiama Repubblica di Malvento". Io ho subito cercato su google, e ho scoperto che il matto si chiama Salvatore Meloni: ma più che lui è stato l'articolo in cui si raccontava la sua storia a incuriosirmi. E' bellissimo. L'autore è Elio Pirari, un giornalista di cui non ho trovato praticamente nessuna informazione, ma solo tanti articoli uno più bello dell'altro. Basta scrivere il suo nome su google e saltano fuori "La leggenda del guaritore con lo sputo", "Il prete che prega con i pugni", "Il fischio più veloce del west", e tantissimi altri. Leggetene, leggeteli.


 
lunedì, marzo 30, 2009

LA TORTA

L'altro giorno mia mamma m'aveva fatto una torta, una zuppa inglese anzi, come la chiama lei, in realtà è budino al cioccolato mescolato a budino bianco con infilati dentro dei pavesini. M'ha raccontato anche delle cose molto belle, e delle cose molto belle me le hanno raccontate anche altre persone ultimamente, ma non ho mai avuto voglia di scriverle queste cose molto belle. Perché boh. Qualcuno dice che i blog dopo un po' diventano ripetitivi, non so se ha ragione, però ho deciso di far diventare il mio blog così ripetitivo che d'ora in poi ogni post sarà l'esatta ripetizione di uno già pubblicato. Con questa profonda motivazione, dunque, inizio a ripubblicare cose già scritte, già viste, già dette, e comincio proprio da lei, la Torta.

Diciamo che ci sono decine di torte, là fuori. Sui tavoli, nei frigoriferi, sono torte marroni e torte bianche e c’è un po’ di rosso, su alcune torte. La nostra era marrone. Se ne stava sul tavolo, in un piatto bianco, noi non avevamo fame e così ci piaceva starcene lì seduti e guardarla. Erano venti giorni che facevamo così.

 

La torta non era cambiata. Fuori s’era indurita, la crosta marrone era piena di piccoli buchi, se ci guardavi dentro vedevi piccoli crateri di pasta marrone morbida, tutto si muoveva attorno alla torta, le braccia lasciavano scie rosa, anche il tavolo e i mobili tremavano, intorno alla torta.

 

Avevamo lasciato passare ancora dieci giorni, poi io ho scritto su un foglio bianco Non toccate la torta, nessuno tocchi la torta, NESSUNO!

Sono uscito dalla cucina, ho chiuso la porta e con un po’ di scotch ci ho attaccato sopra il foglio.

Ci siamo seduti sul divano, in sala. La tv spenta faceva sembrare spento anche tutto il resto. Io per passare il tempo grattavo piano il divano, sentivo i disegni in rilievo sotto le unghie, pensavo alla torta.

Più le ore passavano più si avvicinava alle nostre teste, era come se ci fluttuasse sopra, la sera avevo paura che si appoggiasse sui capelli, che il fondo cominciasse a sbriciolarsi e confondersi e incastrarsi a me. Ogni tanto mi grattavo, forse quella torta va spostata, mi veniva da pensare certe volte.

 

Ci pensate a quelli che le tagliano, le torte? Di solito si prende un coltello grosso e affilato e in una sola mossa le si trapassa completamente, fino a sentire il Tac del piatto, o quello attutito del cartoncino bianco con i contorni ornati di cerchietti ondulati. Il pensiero che qualcuno facesse lo stesso con la nostra torta mi faceva chiudere gli occhi. Sono molli le torte, sono come pezzi di burro, no? Davvero, erano due mesi che ce nessuno entrava più in cucina, quindi non ne eravamo più nemmeno sicuri. Quello che invece sapevamo era che non c’era niente di strano in quello che stavamo facendo, forse esageravamo ma la gente esagera sempre, in queste cose. Stavamo creando qualcosa, no? E non era la torta, la torta era già fatta, erano bastati un po’ di burro, uova, cacao in bustina, le cose delle torte insomma. La torta era solo un oggetto, avremmo potuto cucinare una frittata o delle bistecche o qualsiasi altra cosa, non era quello che importava, avevamo fatto la prima cosa che c’era venuta in mente. Anche se dirlo adesso è assurdo, adesso non potremmo mai cambiare la torta con una frittata o con le bistecche. Mi viene da ridere a pensarci. Lo scrivo pure su un foglietto, scrivo La cambiamo con una frittata?, e lo passo agli altri. Scoppiano tutti a ridere. Erano più o meno quaranta giorni che non ridevamo, e quando smettiamo siamo tutti contenti di averlo fatto. Una mia vecchia zia diceva che quelli che non ridono sono pazzi, quando vuoi essere sicuro che una persona e pazza è quello che devi guardare. Così, adesso sappiamo di non essere pazzi. Lo scrivo su un fogliettino, scrivo Non siamo pazzi e lo faccio girare agli altri. Sono tutti d’accordo, qualcuno fa sì con la testa ridacchiando.

 

Ci ho pensato parecchio, al perché non parliamo, da quando abbiamo fatto la torta. Il problema è che è stata una cosa davvero solenne, molto più di una preghiera, visto che non ci sono state parole. La torta è una preghiera, ho pensato l’altro giorno, è una preghiera fatta di uova e burro e zucchero. Una preghiera fatta e non detta. Quello che rovina le preghiere sono le parole, ho pensato, le parole hanno significati ben precisi, pronunciarle è come leggere un documento fiscale, è matematica, no? La torta, invece, è fatta di cose, e le cose non hanno nessun significato, eppure ci sono, no? Ecco, questo ho pensato. Che le parole rovinano un po’ tutto, sono come piccole corinici nere, sono come le targhettine sulle piccole cornici nere, il dizionario è la cosa più terribile che sia mai stata creata.

Ecco perché non parliamo.

 

Quanto durano i mesi? Questo scrivo su un fogliettino, un giorno, e lo faccio girare agli altri. Loro si mettono a ridere. Abbiamo perso questa cosa. Davvero, l’abbiamo persa. Non abbiamo più idea di quanto duri un mese, non sappiamo nemmeno che cos’è un mese. E’ divertente pensare che fino a un po’ di tempo fa questa parola aveva un enorme significato per noi. La pronunciavamo spesso, almeno un paio di volte al giorno. Mi ricordo che aveva dei limiti ben precisi, poteva finire e iniziare. Era abbastanza grande, più o meno come un lago. Potevi trovartici in mezzo. A pensarci bene, erano più di uno, i laghi, e avevano pure dei nomi, come le persone. Ci siamo quasi dimenticati della torta. Stiamo in sala tutto il giorno, la conosciamo così bene che qualsiasi cosa ci fa ridere. Io credo che ce la stiamo facendo, sì, ce la stiamo facendo.

Prendo un foglio e ce lo scrivo sopra, Ce la stiamo facendo, scrivo. Lo faccio girare agli altri. Loro si mettono a ridere.
Potrei scrivere qualsiasi cosa sul foglio, e sono sicuro che si metterebbero a ridere.

E’ incredibile! E’ incredibile quante cose sono successe, e non ci siamo mai spostati da questa sala. A un certo punto m’è venuto in mente un film che avevo visto in cui dei tizi mangiavano fino a morire o qualcosa del genere. Noi non stiamo morendo. La preghiera, la torta, quella cosa sta succedendo, ecco. Spariremo? E’ davvero strano, le cose sono davvero strane, a volte riesci a guardarle per molto tempo e non ti annoi mai, come se fossero fatte di piccole formiche che continuano a muoversi, lentamente, a creare situazioni sempre nuove. Prendo un foglio, non ci scrivo niente. Lo faccio girare. Non abbiamo mai riso così tanto.


 
giovedì, marzo 12, 2009

UN ALTRO MISTERIOSO EVENTO SOVRANNATURALE.

Sabato a Bologna i testimoni di un evento incredibile avvenuto nel 1993 a Helsinki, evento incredibile in cui furono coinvolti il coro dell'Armata Rossa, il peggior gruppo rock finlandese e una nave aliena, presenteranno il loro resoconto dell'evento incredibile in una libreria di Bologna.

Schiaffo Edizioni. Nuova Collana di Racconti Illustrati Spedibili presenta il primo numero dell'anno.

L’ALIENO UNO, L’ALIENO DUE E IL CORO DELL’ARMATA ROSSA PARLANO A PROPOSITO DELLA SCOPERTA DI VITA SULLA TERRA.
Scritto da VALERIO MILLEFOGLIE e illustrato da DIEGO DELLA POSTA

Saranno presenti gli autori e il professor Nicolas Lutvig per il reading e il dibattito “Tracce aliene nella nostra musica”.

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“Alieno Uno: Io l’ho sempre detto che c’era vita sulla terra.
Alieno Due: E’ vero, l’ha sempre detto.
Alieno Uno: Eravamo lì a girare a vuoto nell’universo, nell’universo non succede mai niente, ed ecco che ci sono arrivate le note di Kalinka.
Alieno Due: E’ vero, le note di Kalinka.
Alieno Uno: Così ci siamo avvicinati e abbiamo trovato posto in fondo alla piazza, dalla navicella si godeva una bellissima visuale.

Il Coro dell’Armata Rossa non dice nulla. Ascolta fumando centocinquanta sigarette. La nube avvolge le parole di Alieno Uno e Alieno Due”.
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Il racconto di Valerio Millefoglie è ispirato ad un fatto realmente accaduto. Anzi, ad una serata realmente accaduta. Il dodici giugno millenovecentonovantatre il Coro dell’Armata Rossa di centocinquanta elementi e il peggior gruppo rock finlandese si sono incontrati nella Piazza del Senato a Helsinki. I rappresentanti delle due nazioni, che fino a solo mezzo secolo prima erano in guerra, si sono riappacificati condividendo il palco e canzoni come “Happy togheter”, “Knocking on heaven’s door” e “Katyusha”. E’ tutto testimoniato nel dvd di Aki Kaurismaki “Total Balalaika Show”. Quella sera fra il pubblico non c’erano solo persone. C’erano anche alieni, e non erano spinti da intenti bellici o di conquista. Se ne parlerà, a seguito del reading, con il professor Nicolas Lutvig.

Nicolas Lutvig, scienziato e divulgatore, esperto di immagini non visibili, ha all’attivo numerose pubblicazioni sulla visione in infrarosso e sul recupero di testi antichi con tecniche scientifiche, da alcuni anni si occupa delle tracce di alieni nelle culture umane.

Diego Della Posta, in arte Thoms, è prima writer, pittore e scultore, poi graphic designer, scenografo, decoratore per Zeffirelli e De Sica, storyboarder e layoutista per la RAI, vignettista e illustratore.
www.thoms.it
Sabato 14 marzo 2009 
19.00 - 20.00
LIBRERIA MODO INFOSHOP
Via Mascarella 24/b
http://www.facebook.com/l.php?u=http://www.tastemeat.com%2Fschiaffo%2F

 
martedì, marzo 03, 2009

I DISCHI CHE NON ESISTONO.

Da www.oscaruzzo.net


 
sabato, febbraio 28, 2009

IL MISTERIOSO ROBERTO GIACOBBO

Un po' di tempo fa stavo guardando Voyager, l'incredibile programma di Roberto Giacobbo, era la notte di natale, mi ricordo che su Rai Uno c'era Benigni che faceva Pierino e il lupo e io mi divertivo a passare da un canale all'altro mentre mio nonno rideva dopo aver leccato il bordo di una boccetta con dentro un medicinale vasodilatatore o qualcosa del genere, quella sera non riusciva a respirare tanto bene e così aveva mandato me e mio cugino a prendergli questa boccettina dalla sua borsa delle medicine, una borsa di pelle tutta rovinata e puzzolente, e se n'era prese un po' di gocce anche se non c'entrava niente con la respirazione. Dopo un po' ci aveva fatto vedere le mani e aveva detto Visto come sono rosse ora? Era la notte di natale e io mi divertivo a guardare la tv, non la guardo mai la tv e a natale quando sono a casa mi piace accenderla, la tv è una cosa davvero natalizia a natale, più dell'albero di plastica, e questo natale era un natale che avevo voglia di cose natalizie, che non mi dispiaceva per niente essere seduto davanti alla tv con i cugini, gli zii e tutti gli altri, stavo bene. E c'era Roberto Giacobbo, Giacobbo che parlava per un'ora del misterioso uomo falena, il Mothman lo chiamava, quello del film Mothman prophecies, che poi in realtà era un barbagianni, era quasi sicuramente un dannato barbagianni, ma il lunghissimo servizio finiva con un'intervista fatta sul tetto di un grattacielo americano tutto truccato da Voyager a una signora bionda che non ricordo cosa diceva e nemmeno chi fosse, era una signora bionda che forse iniziava a parlare dei figli dell'uomo falena, degli alieni, del 2012, tutto insieme, io l'amavo, amavo lei e Giacobbo e l'idea di loro che erano andati fin sul tetto del grattacielo per non si sa quale motivo a dire cose completamente folli. Poi la tv è stata spenta, è passato del tempo, ora prendo lo sciroppo di lumache e penso che in fondo gli voglio bene a Roberto Giacobbo, davvero, se lo vedessi ora, proprio ora dico, l'abbraccerei, forte, come se davvero il mondo stesse per finire, come se davvero fossimo dei dannati batteri messi sulla terra dalle civiltà superiori, e ora, tlock!, fosse il momento di buttare il vetrino.


 
venerdì, febbraio 06, 2009

I SOGNI AMERICANI.

Qualche mattina fa mi sono svegliato che mi ricordavo ben quattro sogni, e in tutti, ho pensato poi, c'era qualcosa di americano. Il primo: sono a New York, cioè, sono una specie di telecamera che fa inquadrature di angoli di New York, una telecamera che però cerca anche un locale in cui bere qualcosa, ma è tutto chiuso, anche il trading cinese che è sempre aperto è chiuso. Il secondo: arrivo ad un campetto di calcio di un oratorio, voglio unirmi alla partita anche se tutti sanno che non so giocare. Quando tocco palla la palla diventa piccolissima e cerco di fare delle mosse da grande giocatore con la palla piccolissima ma non ci riesco. Dopo un po' mi ritrovo seduto davanti a un frigo che voglio rubare della Coca Cola non mia, ma due dei giocatori mi tengono d'occhio, penso che la fregherò più tardi la Coca. Il terzo: mi scorre davanti agli occhi un foglio con scritto che Obama vuole firmare il Freedom Liberation Act, una specie di legge per legalizzare le droghe leggere, o dei farmaci che sostituiscano le droghe, non è chiaro. Subito dopo sono nella stanza dove Obama si sta allacciando la cravatta mentre chiacchiera con la moglie, dice che non firmerà mai il Freedom Liberation Act, deve invece fare in modo che la richiesta parta dal basso, perché se lo firmasse lui di sua iniziativa poi le vecchiette direbbero che è quello che vuole la droga. L'ultimo: Hulk è in un'infermeria, sdraiato su un lettino, con la pelle verde tutta corrosa. Ci sono due infermiere ad accudirlo. Lui si alza e se ne va un momento, poi torna, e questa cosa in qualche modo trasforma una delle due infermiere in un'Hulkessa. Subito dopo Hulk è per strada, c'è una fila di gente ad una fermata dell'autobus, lui gira un angolo poi torna indietro, e questo suo andare e tornare di nuovo fa scattare un qualche strano meccanismo per cui riesce a convincere un vecchietto a fare fuoco sulla gente alla fermata con un fucile lungo almeno due metri.

 


 
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